Giovedì, 06 Febbraio 2020 17:20

Comicità grottesca e surreale al Moderno con Marisa Laurito

Marisa Laurito Marisa Laurito

Agliana - Una nuova tragicommedia in scena venerdì 14 febbraio (ore 21) al Teatro Moderno.

E' la volta di Marisa Laurito, Guglielmo Poggi, Giancarlo Nicoletti, Livio Beshir con un testo, “Persone naturali e strafottenti”, fra quelli di maggiore successo di Giuseppe Patroni Griffi; rappresentato per la prima volta nel 1973, allora come protagonisti vi erano, Mariano Rigillo, Gabriele Lavia e Pupella Maggio.

È un testo crudo, poetico e visionario, fra il grottesco, il cinico e il surreale. Quattro solitudini, un appartamento e una notte di Capodanno a Napoli. Donna Violante, la padrona, ex serva in un bordello, discute e litiga con Maria Callàs, un travestito, in bilico fra rassegnazione, ironia, squallore e cattiveria. E ancora, Fred e Byron che sono alla ricerca dell’ebbrezza di una notte: l’uno, uno studente omosessuale alla ricerca di una vita libera dalle paure, l’altro, uno scritto- re nero che vorrebbe distruggere il mondo per vendicare le umiliazioni subite. Quattro “persone naturali e strafottenti”, che, per un gioco del destino, divideranno la loro solitudine con quella degli altri, mentre fuori la città saluta il nuovo anno, fra accese discussioni, recriminazioni, desideri re- pressi, liti e violenze sessuali.

C’è, in questo testo del 1973, un sottobosco di attualità così tangibile e una poetica di fondo così lucida e disincantata, da farne a tutti gli effetti un testo ancora fortemente con- temporaneo, e perciò di teatro necessario. Emarginazione, violenza, distanze socio-culturali, violenza sessuale e psicologica, la ricerca continua di un altro che non esiste: la drammaturgia di Patroni Griffi è cruda e ironica, scandalosa e poetica, verbosa e visionaria.

Ne viene fuori una tragicommedia dal sapore post eduardiano, che fra cinismi, grettezze e turpiloqui ci restituisce lo squarcio di un’altra Napoli – non più la cartolina buona per i turisti, ma tutta la sbordante umanità di un “vascìo”, che diventa, immediatamente, un altro mondo, un’altra realtà, una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio. Un non luogo dove, fra comicità e grottesco, si discute – immensamente e inconsciamente – del mondo, degli esseri umani, del sesso e della razza. Tutto questo fra i fuochi della notte di Capodanno, mentre un uomo bianco ha un’emorragia di sangue del sedere, poiché penetrato con forza da un nero: una fotografia definitiva e profetica delle paure intime dell’Occidente nazionalista di oggi.

Da questo sudore di corpi costretti coattivamente alla ricerca della propria felicità o del proprio, illusorio, riscatto, entro le mura di uno spazio vitale/non vitale, l’intuizione di farne uno spettacolo concreto, dal gusto e sapore quasi cinematografico, che si serva della realtà per declinarla in astrazione, in un’esperienza di teatro diretto, e non filtrato dalla convenzionalità rappresentativa. Con il fine ultimo di mettersi accanto all’autore, e non davanti, in un rapporto di dialettica e relazione: per tradurre, declinandola nel contemporaneo, una drammaturgia così sofisticata e imponente, e troppo spesso sottovalutata.

 

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