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Lunedì, 31 Agosto 2020 16:46

Il "Viaggio" rabbioso e inquietante di Germano e Teardo

Teho Teardo e Elio Germano (foto di Elia Falaschi) Teho Teardo e Elio Germano (foto di Elia Falaschi)

di Guendalina Ferri

Pistoia - Un palco semivuoto, dove trovano posto solo cinque sedie, un tavolo, qualche strumento musicale.

Tre musiciste, un compositore, un attore. L’ossatura dello spettacolo “Viaggio al termine della notte”, andato in scena ieri sera al teatro Manzoni per la rassegna Spazi Aperti, è quanto mai scarna e essenziale.

Elio Germano e Teho Teardo salgono sul palco, le luci basse. E, sulle note venate di elettronica che riempiono il teatro, il romanzo di Céline comincia con lentezza a prendere vita.

In realtà, per chi ha letto il romanzo di Céline, lo spettacolo di ieri sera può essere sembrato strano, poco familiare. È questa la sensazione che qualcuno si è trovato a condividere subito dopo, sotto le colonne del Manzoni. E non solo perché lo spettacolo si concentra sulla prima parte del libro (effettivamente mastodontico), quella della guerra; non solo perché il capolavoro di Céline è sempre un’esperienza personale, difficilmente digeribile, metabolizzata in modo sempre diverso.

Nell’interpretazione di Germano – pazzesca – e nelle musiche inquietanti di Teardo c’è tutta la disperazione e la rabbia delle pagine di “Viaggio al termine della notte”. Una disperazione e una rabbia ancora più concitate e confuse che nelle parole di Bardamu, tanto che per chi non ha letto il libro lo spettacolo risulta certamente ostico – non un testo da comprendere e far proprio, quanto un’ondata di suggestioni da cui lasciarsi travolgere. È forse questo l’aspetto che più lo avvicina al romanzo di Céline: anche lì, l’unico modo per godere del tutto della caotica esperienza di Bardamu è quello di arrendersi, di vincere la naturale resistenza del lettore a ciò che non può capire e di sguazzare nei tanti puntini di sospensione che Céline getta qua e là, tra un sostantivo e l’altro, rinunciando ai collegamenti logici.

Se già nel romanzo questa è un’operazione difficile, nei tempi brevi di un adattamento teatrale può rivelarsi impossibile. E quindi la soluzione dello spettacolo è quella di concentrarsi sulla rabbia, sull’annichilimento, che resta uno dei temi di fondo di “Viaggio al termine della notte”. Il punto – ed è questo a rendere lo spettacolo poco familiare ai lettori del romanzo – è che nel testo di Céline c’è molto di più, non solo negli avviluppamenti della trama.

C’è una comicità ruvida, grottesca, imbarazzante – Bukowski diceva che Céline “si era tolto le viscere e ci aveva riso sopra”. C’è una dolcezza che spiazza, “quel po’ di gentilezza e di sogno” che si nasconde bene tra le pagine, tra i tanti puntini di sospensione. C’è la musica, quella sì, dello stile di Céline: una musica che riesce a rendere leggera – non frivola, ma rassegnata – persino la miseria, che è il tema centrale di “Viaggio al termine della notte”. Quella rassegnazione che possiamo immaginarci, qua e là nel romanzo, come uno scrollare di spalle, come un “che vuoi farci?”.

Di tutto questo, nello spettacolo di Germano e Teardo, restano solo la rabbia, la convulsione, l’ineluttabilità delle cose. E la musica, quella sì, che incalza e lascia senza spazio, senza tregua, senza fiato – come quando alla fine il volume sale, sale, sale, lasciando lo spettatore a chiedersi solo quando finirà. Quando le luci si riaccendono, la confusione è palpabile: per i lettori, perché non sono riusciti a ritrovare del tutto il terreno difficile e complesso del romanzo; per chi non ha letto il romanzo, perché le voci di Germano-Bardamu, le parole distorte dalla loop station dei personaggi secondari, gli archi inquietanti e i suoni elettronici li hanno confusi.

La sensazione è quella di essere appena usciti da uno stato di disagio e straniamento, di riprendere finalmente aria. Céline, probabilmente, direbbe che è soltanto un’illusione.

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