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Mercoledì, 23 Settembre 2020 18:01

Ottavia Piccolo racconta la vita di Anna, giornalista scomoda

Ottavia Piccolo in una scena dello spettacolo Ottavia Piccolo in una scena dello spettacolo

di Andrea Capecchi

Pistoia – Il 7 ottobre 2006 la giornalista russa Anna Politkovskaja viene trovata morta dell'ascensore del suo palazzo, a Mosca, uccisa da quattro colpi di pistola.

Tutti in Russia, pur negandola apertamente, intuiscono la verità: non è stato un incidente o una rapina finita male, come le fonti ufficiali cercano di far credere. Si è trattato di un omicidio da sicari, un assassinio commissionato dall'alto, da qualcuno che ha voluto mettere a tacere per sempre la voce e la penna di una giornalista scomoda, di una donna “non più rieducabile” e per questo troppo pericolosa.

Anna lo ripeteva spesso: “l'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. Raccontare i fatti, indagare, fare domande, intervistare, scoprire le verità più scomode, terribili e nascoste. Senza dover per forza prendere una posizione netta, a maggior ragione quando si raccontano gli orrori di una guerra, si scoprono le atrocità compiute a danno della popolazione civile da entrambe le parti in lotta, si comprende la realtà parlando con chi la guerra la subisce ogni giorno e incrociando gli sguardi delle vittime.

Questo è stato l'impegno – non più un lavoro, ma una vera e propria missione – che Anna ha portato avanti per mesi, facendo la spola tra Mosca e Grozny, la martoriata capitale della Cecenia, all'epoca del sanguinoso conflitto tra i separatisti ceceni e l'esercito russo inviato nella regione per “riportare l'ordine”.

Siamo nei primi anni Duemila: la Russia viene da un decennio di recessione economica, povertà diffusa, diseguaglianze sociali, criminalità organizzata, scandali politici, e dopo la dissoluzione della vecchia Unione Sovietica il sogno di un Paese moderno e aperto verso il mondo si è definitivamente infranto. La Russia precipita verso il caos: si invoca l'uomo forte, in grado di mettere ordine e di riportare in alto il prestigio perduto della patria. L'uomo tanto atteso, ex funzionario del Kgb, arriva (e dopo vent'anni, c'è ancora...) e tra le sue prime iniziative c'è quella dell'intervento militare in Cecenia, repubblica autonoma a nord del Caucaso, dove da anni è molto forte un movimento indipendentista, in cui sono presenti anche gruppi terroristici armati.

Anna si trova quindi a svolgere, per conto della “Novaja Gazeta”, un lavoro giornalistico di documentazione e di testimonianza ancora oggi straordinario, e che rappresenta un raro esempio di reportage giornalistico e di inchieste “sul campo” in un Paese dove non è mai esistita una reale libertà di stampa, e dove gli stessi giornalisti sono spesso, per necessità o volontà, iscritti al Partito di governo e quindi “portavoce” dello stesso. Anna, invece, sceglie di essere indipendente e abbraccia la causa della verità: una causa scomoda, difficile, tortuosa, che le attirerà prima il disprezzo, poi le minacce di molti, fino ai proiettili che “silenzieranno” una della pochissime voci libere del giornalismo russo.

La sua storia, la sua vita, il suo impegno per la denuncia delle violenze di cui non solo i terroristi, ma anche e soprattutto i soldati russi si sono macchiati durante l'occupazione militare della Cecenia sono state magistralmente narrate e raccontate dalla bravissima Ottavia Piccolo al Teatro Manzoni di Pistoia. Uno spettacolo che ha colpito, emozionato e sconvolto il pubblico in sala al racconto delle atrocità avvenute in una regione remota, di cui sappiamo veramente poco, in un conflitto dove i civili hanno pagato un altissimo prezzo di sangue, ma che è passato quasi inosservato in Occidente, trascurato da buona parte dei media.

Un tavolo, una sedia, alcuni fogli: una scenografia semplice, ma tanto è bastato a Ottavia Piccolo per farci rivivere gli “spezzoni” della storia di Anna, frammenti sparsi di un lavoro in prima linea, con una narrazione resa ancor più efficace e coinvolgente dal suono ora delicato, ora drammatico dell'arpa di Floraleda Sacchi. Anche la costruzione della narrazione, risultato di un attento lavoro di ricerca biografica e di ripresa degli articoli pubblicati dalla Politkovskaja, tiene lo spettatore incollato al racconto del dramma, che non rispetta a volte la successione cronologica degli eventi, ma apre squarci sulla vita, sul pensiero, sulla missione di una giornalista e una donna coraggiosa e straordinaria.

Come pagine di un libro, le scene ricostruiscono varie esperienze compiute da Anna e fanno emergere tutta la violenza e la crudeltà di una guerra che, con il procedere della narrazione, ci appare sempre più feroce e insensata. Per denunciare la verità, Anna ha visto e sentito di tutto: le violenze dell'esercito russo contro la popolazione civile, le rapine e le estorsioni, gli stupri e i rapimenti, le stragi nei villaggi, le fosse comuni, gli attentati kamikaze, le bombe, i cadaveri, i bambini tenuti in ostaggio, la propaganda di regime che mistifica la realtà, trasformando questo conflitto in una “guerra giusta” dei “buoni” contro i “cattivi”. Le interviste con i guerriglieri ceceni, con gli ufficiali dell'esercito russo e con la popolazione dei villaggi di campagna, fatta oggetto delle violenze indiscriminate e impunite di tutti.

E Anna ha pagato con accuse, minacce e poi con la vita questa sua eccessiva “curiosità”, questo suo voler rendere pubblico ciò che doveva restare segreto. Prima gli attacchi personali e le accuse di offesa e tradimento nei confronti della patria (guai a toccare l'esercito e mettere in discussione l'operato dei nostri soldati!), poi il tentativo di avvelenamento in aereo con un tè caldo (allora è un vizio...), infine l'assassinio, per errore, di una donna che le assomigliava: segno che i sicari sono andati molto vicini all'obiettivo, e la prossima volta non sbaglieranno.

La sua morte sollevò le reazioni internazionali, e la Russia fu costretta a istituire una commissione d'indagine per fare luce sui responsabili dell'assassinio, che ancora oggi, a distanza di quattordici anni, non sono stati identificati. La sua lezione, il suo esempio, il suo grido di libertà e verità dall'inferno ceceno, resi ancor più potenti dall'interpretazione di Ottavia Piccolo, restano come moniti su quanto sia difficile, complicato e rischioso il “semplice” racconto dei fatti. E non solo in Russia.

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